ISSUE 01 · 2026
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LA PRESENZA PRIMA DEL NOME

Ci sono immagini che riconosciamo con il corpo prima di poterle definire con le parole.

Di MF ART JOURNAL · 5 min

Interno silenzioso, luce e atmosfera

Ci sono luoghi che ci raggiungono prima ancora che abbiamo avuto il tempo di guardarli davvero. Entriamo e sentiamo qualcosa. Magari non sappiamo ancora dire cosa sia, eppure quella prima impressione è già lì. La chiamiamo atmosfera, una parola semplice per qualcosa che nasce dall’incontro fra un luogo e tutto ciò che portiamo con noi quando lo attraversiamo.

Ci sono stanze nelle quali abbassiamo spontaneamente la voce. In altre rallentiamo, cerchiamo una finestra oppure scegliamo quasi senza pensarci un punto preciso nel quale fermarci. A volte capiamo subito cosa ci sta guidando: una luce particolarmente morbida, un soffitto molto alto, il rumore che arriva da lontano. Altre volte la sensazione arriva tutta insieme e ci vuole qualche istante prima di cominciare a capire da dove venga.

Può succedere entrando in una chiesa vuota, nella hall di un albergo, in una casa nella quale non siamo mai stati. Succede anche all’aperto: una strada si restringe e cambia il nostro passo, sotto un portico il rumore della città diventa improvvisamente diverso, poi usciamo dall’ombra e ritroviamo il cielo. Sono esperienze comuni, tanto comuni che spesso le attraversiamo senza fermarci a pensarci.

Eppure raccontano qualcosa di importante sul nostro rapporto con i luoghi. Quando entriamo in uno spazio, infatti, non incontriamo soltanto ciò che vediamo.

Un luogo arriva da molte parti

La fotografia ci ha abituati a conoscere l’architettura soprattutto attraverso gli occhi. Prima di visitare un edificio possiamo averne già viste decine di immagini e magari sappiamo riconoscerne la facciata, una scala o una prospettiva molto prima di esserci stati.

Poi arriviamo davvero e scopriamo che mancava quasi tutto.

Mancava il rumore dei nostri passi, per esempio, e mancava la sensazione del pavimento sotto le scarpe. Non conoscevamo la temperatura dell’aria, il modo in cui una voce si perde oppure ritorna dalle pareti, l’odore dei materiali. Soprattutto, mancava il nostro corpo dentro quello spazio: la distanza che dobbiamo percorrere per raggiungere una porta, il bisogno di alzare la testa davanti a un soffitto molto alto, la sensazione di passare da un ambiente raccolto a uno improvvisamente aperto.

La ricerca sulla percezione multisensoriale ci aiuta a capire quanto questi aspetti siano intrecciati. I nostri sensi non lavorano ciascuno per conto proprio e ciò che percepiamo attraverso un canale può modificare il modo in cui interpretiamo ciò che arriva da un altro. Perfino il comfort termico, in alcune condizioni sperimentali, può essere influenzato dalle caratteristiche visive dell’ambiente; allo stesso modo, il paesaggio sonoro partecipa alla valutazione che facciamo di uno spazio.

Quando entriamo in una stanza, però, non facciamo esperienza separatamente di tutti questi fenomeni. Nessuno pensa prima alla luce, poi alla temperatura e infine al suono. Li riceviamo insieme, mentre camminiamo e mentre cerchiamo quasi automaticamente di capire dove siamo.

Forse è anche per questo che l’atmosfera di un luogo è così facile da sentire e così difficile da smontare nelle sue singole parti.

Possiamo misurare molto, ed è importante

Se vogliamo comprendere meglio uno spazio, abbiamo naturalmente moltissimi strumenti a disposizione. Possiamo misurare quanta luce entra e come si distribuisce, conoscere la temperatura e l’umidità dell’aria, studiare l’acustica di una stanza. Possiamo osservare le proporzioni, capire quanto una parete sia vicina al nostro corpo o quanto un’apertura modifichi la percezione dell’ambiente.

Sono informazioni reali e preziose. La ricerca sull’ambiente costruito studia da tempo il modo in cui alcune di queste caratteristiche possono influire sul comfort, sull’attenzione, sul comportamento e sul modo in cui valutiamo uno spazio.

La parte interessante arriva quando proviamo a rimettere tutto insieme.

Per studiare seriamente un fenomeno, infatti, spesso bisogna isolarlo. Se voglio capire che effetto produce una determinata condizione luminosa, devo riuscire in qualche modo a distinguerla dalle altre variabili. È uno dei principi che rende possibile la ricerca sperimentale, ma un luogo reale fa esattamente il contrario: ci presenta tutto contemporaneamente.

E noi, nel frattempo, ci muoviamo.

Questo rende lo studio dell’esperienza architettonica particolarmente affascinante e anche metodologicamente difficile. Una parte della ricerca contemporanea sta cercando proprio di avvicinarsi maggiormente alle condizioni nelle quali gli spazi vengono vissuti davvero, perché osservare una fotografia di una stanza restando immobili davanti a uno schermo è un’esperienza molto diversa dall’entrare in quella stanza e attraversarla. Gli stessi studi di neuroarchitettura sottolineano quanto il movimento e l’esplorazione attiva siano elementi importanti da considerare quando cerchiamo di comprendere la nostra risposta agli ambienti.

C’è una cosa che una fotografia non può fare

Pensiamo a una scala.

Possiamo fotografarla magnificamente e mostrare il materiale, la geometria, la luce che cade sui gradini. Possiamo persino scegliere un’inquadratura capace di restituirne molto bene la monumentalità.

Ma nella fotografia non c’è il tempo necessario per salirla.

Quando siamo lì, invece, quel tempo diventa parte dell’architettura. Facciamo il primo passo, cambiamo lentamente quota, ciò che vedevamo dal basso scompare e qualcosa di nuovo entra nel nostro campo visivo. Magari sentiamo delle voci provenire dal piano superiore prima ancora di vedere chi sta parlando. Quando arriviamo in cima, lo spazio che incontriamo è stato preceduto da tutto ciò che è successo durante la salita.

Lo stesso vale per un corridoio. Sulla pianta è una forma perfettamente leggibile; attraversandolo diventa attesa, distanza, suono, movimento. Vediamo avvicinarsi la fine e intuiamo qualcosa della stanza successiva prima di esserci entrati.

Il corpo conosce uno spazio anche in questo modo, un passo dopo l’altro.

Ed è una conoscenza diversa da quella che possiamo ottenere osservandolo dall’esterno.

Soglia e passaggio architettonico

In una stanza non entriamo mai da soli

C’è poi una parte dell’esperienza che appartiene ancora meno all’edificio, perché arriva insieme a noi.

Quando entriamo in un luogo ci portiamo dietro molto più di quanto immaginiamo. Ci sono i nostri ricordi, naturalmente, ma anche altri luoghi che abbiamo conosciuto, immagini che abbiamo visto, abitudini costruite negli anni e tante aspettative che spesso diventano evidenti soltanto quando qualcosa le sorprende.

Un odore può riportarci in una casa nella quale non entriamo da decenni. Una certa luce può sembrarci familiare senza che riusciamo subito a capire perché. Entrando in una grande sala vuota, qualcuno può percepire quiete mentre un’altra persona avverte distanza; un materiale che per noi possiede il calore di qualcosa di conosciuto può non avere alcuna associazione particolare per chi ci sta accanto.

Questo non significa che ogni esperienza sia arbitraria. La stanza è lì, con le sue dimensioni, i materiali, la luce che entra da una certa direzione e un’acustica che possiamo studiare. Ma noi non ci entriamo mai come una pagina bianca.

Arriviamo con il nostro corpo, con quello che ricordiamo e con tutto ciò che abbiamo imparato vivendo, spesso senza rendercene conto. È in questo incontro che un luogo comincia ad assumere per noi un carattere particolare.

Ed è anche il motivo per cui possiamo tornare nello stesso posto a distanza di anni e trovarlo diverso, pur sapendo che quasi nulla è cambiato. Nel frattempo siamo cambiati noi.

Prima di riuscire a dirlo

Architetti e filosofi si interrogano da molto tempo su quella prima impressione complessiva che riceviamo entrando in un ambiente. Juhani Pallasmaa, in particolare, ha dedicato una parte importante del proprio pensiero al carattere corporeo e multisensoriale dell’architettura, insistendo su qualcosa che riconosciamo facilmente nella nostra esperienza: spesso cogliamo il carattere di un luogo prima di averne osservato consapevolmente tutti gli elementi.

È importante capire su quale piano ci troviamo. Qui non stiamo parlando di una misura neuroscientifica, ma di una lettura fenomenologica dell’esperienza: il tentativo di descrivere ciò che significa vivere uno spazio dall’interno.

La ricerca scientifica può affrontare altre domande. Può studiare cosa succede modificando una condizione luminosa, osservare come reagiamo a determinati suoni, verificare cosa cambia quando possiamo esplorare liberamente un ambiente invece di guardarne soltanto un’immagine.

Sono modi diversi di avvicinarsi allo stesso territorio umano e diventano particolarmente interessanti quando permettiamo a ciascuno di fare il proprio mestiere. La scienza ci aiuta a capire alcuni dei processi che partecipano all’esperienza; la fenomenologia prova a raccontare come quell’esperienza viene vissuta.

E poi rimane ciò che accade a noi quando entriamo davvero.

Corpo, distanza e soglia architettonica

Quella prima sensazione

Possiamo allora tornare alla stanza dalla quale siamo partiti.

Siamo entrati e qualcosa ci ha raggiunto prima che sapessimo spiegare cosa fosse. Restando lì qualche minuto potremmo cominciare a capirlo meglio. Forse ci accorgiamo che la luce arriva soltanto da un lato e lascia una parte della stanza più raccolta. Notiamo che le voci hanno un suono particolare, oppure che il pavimento cambia leggermente sotto i nostri passi. Magari scopriamo un odore familiare e improvvisamente comprendiamo perché quel luogo ci sembrava già conosciuto.

Probabilmente non riusciremo a separare tutto con precisione, e forse non serve farlo per riconoscere che l’esperienza è reale.

Un luogo possiede materia, luce, suono, proporzioni e storia. Noi vi entriamo con i nostri sensi, con il nostro movimento, la nostra memoria e con tante aspettative. Alcune arrivano dalla nostra storia personale, altre dalla cultura nella quale siamo cresciuti e molte agiscono prima ancora che ci fermiamo a pensarci.

L’atmosfera emerge da questa relazione. Possiamo progettare molte delle condizioni che contribuiscono a crearla, studiarne diversi effetti e comprendere sempre meglio come il nostro corpo incontra un ambiente. Poi arriva il momento in cui qualcuno apre una porta ed entra.

Ed è lì che tutte quelle condizioni diventano un’esperienza.

Per questo alcuni luoghi possono essere fotografati magnificamente e continuare a custodire qualcosa che l’immagine non riesce a restituire completamente.

Per conoscerli davvero, dobbiamo esserci.

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